DIPINTI
lavori 2017
presentazione di
Cesare Biasini Selvaggi
lavori 2016
lavori 2015
lavori 2014
lavori 2011/2013
lavori 2009/2010
lavori 2007/2008
presentazione di
Philippe Daverio

lavori 2005/2006
lavori 2004
lavori 2003
presentazione di
Francesco Basile
e Maria Censi
lavori 2001/2002
lavori 1999/2000
presentazione di
Donal Kuspit

lavori 1996/1999
presentazione di
Marcello Venturoli

lavori 1994/1995


 

Posseduto dal Passato: La Pittura di Giovanni Tommasi Ferroni

Vista da Donald Kuspit

Lussureggiante, virile, esotica; la bellezza dei quadri di Giovanni Tommasi Ferroni è la vera risposta al modernismo decadente, faticoso, fine a se stesso e votato alla morte.

È una bellezza che appartiene al passato, una bellezza che l’avanguardia ha ripudiato, ne siamo sempre più consapevoli, più per incapacità che per altro. La stessa arte l’avanguardia ha ridicolizzato questa bellezza come un’anticaglia, inappropriata al mondi moderno e da relegare nel museo – come se ciò non fosse un merito – ma non l’ha mai sostituita. Tale presa di coscienza è il nucleo ispiratore della fedeltà di Tommasi Ferroni alla bellezza del passato.

Siamo tornati al punto di partenza da quando il futurista Martinetti disse che “ammirare un vecchio quadro è versare il sentimento in un’urna funeraria, invece di spingerlo in avanti in sprazzi violenti d’azione”. Abbiamo sperimentato i disastri prodotti da questi “sprazzi violenti d’azione” nel nostro secolo; abbiamo vissuto il futuro falso che essi hanno inventato. Siamo giunti al punto di capire che è proprio questa violenza a consumare la nostra “forza migliore”, non quello che Martinetti chiama “l’inutile ammirazione del passato.” Vediamo questa ammirazione nei quadri di Tommasi Ferroni, che sono quadri “antichi” dalla nascita, e ci accorgiamo che questa ammirazione è una fonte di forza artistica, un modi di restaurare la forza artistica che si è esaurita in un attivismo di tipo espressionista, e se non così, in una scherzosa ironia intellettualistica. A onta di queste mode, Tommasi Ferroni ritorna alla grande tradizione dell’arte Italiana che Martinetti ha ripudiato, una tradizione duratura, sempre credibile, che vista retrospettivamente, ha molte più sfumature e invenzioni dell’arte moderna. Lo fa non in maniera nostalgica, o per curiosità archeologica, ma perché ha capito che la tradizione è ancora piena di vita, immaginativa ed emotiva. Non è “l’accademico letto di Procuste” come sosteneva l’avanguardia.

Se l’avanguardia è sostanzialmente finita, se non completamente andata, sembrando sempre di più un episodio transitorio, anche si necessario, nella lunga storia dell’arte, allora i tempi sono maturi per uno sguardo nuovo al passato, una rinnovata scoperta delle sue conquiste, e soprattutto della sua penetrazione nell’armonia chiamata bellezza, che continua ad attrarci, e quindi a sedurci, sebbene inconsapevolmente. Abbiamo capito l’incongruenza distruttiva del Vangelo avanguardista attraverso il duro, difficile metodo storico. Ma continuiamo a credere subliminalmente nel mito dell’armonia – che è ciò che l’arte tradizionale proclama – per non dover credere di essere condannati ad una eterna dissociazione. Noi desideriamo una riconciliazione con noi stessi, con la socierà, avendo sperimentato pienamente l’irriconciliabilità. Tale paradossale riconciliazione è ciò che vediamo nelle geniali immagini di Tommasi Ferroni. Attraverso lo splendore della sua arte, ci convince che i centauri, una scultura barocca richiamata miracolosamente in vita, ed una chiesa possano naturalmente coabitare nello stesso quadro. “Automonumento Berniniano” del 1998 contiene tutto ciò. Nessuno di questi elementi p una semplice citazione: Tommasi Ferroni non è uno che si appropria ironicamente del passato, al contrario, attraverso una pittura viva, sono ricostruiti, come fossero ripresi, con immediatezza dalla vita.

Nelle sue memorie Giorgio de Chirico disse rabbiosamente che l’origine della pittura contemporanea, la “pseudo-arte” moderna, come lui l’ha chiamata, è la conseguenza della “perdita d’ingegno, l’incapacità di lavorare bene, la perdita della grammatica e del linguaggio.” Tommasi Ferroni ci mostra cosa sia lavorare bene, cosa il lavorar bene può compiere, e cosa significa recuperare un solido linguaggio artistico e usarlo per realizzare con freschezza momenti vitali dell’esistenza. Perché i quadri di Tommasi Ferroni parlano della solitudine moderna che ci spinge nelle braccia dell’arte, come indica “Autoritratto in Braccio all’Angelo”del 1998. Questo meraviglioso quadro, con le sue eloquenti modulazioni di blu e verde, e i suoi coraggiosi contrasti verde e rosso, ci dice che dalle braccia dell’angelo custode possiamo dare uno sguardo sulla natura primitiva incarnata nel satiro posto in primo piano. Ecco il segreto della bellezza, unire il sensibile ed il trascendente – gli estremi dell’esistenza – in un modo apparentemente naturale. La bellezza non è solo una riconciliazione degli opposti, ma degli opposti assoluti, incommensurabili.

Lo stesso risultato è raggiunto con squisita precisione, concisione e misura, nella “Lotta tra Amorino e Faunetto” del 1997. quello che vediamo è contemporaneamente un abbraccio ed un contrasto . una riconciliazione paradossale. Il particolare del globo che forma la cima del campanile barocco non è solamente un tocco meravigliosamente vivificante, ma ci pone nello spazio magico di un cielo immaginario. Lo stesso globo ritorna nel “Ippogrifo e Il Drago”, del 1997, dove una tensione simile, allegoria fra opposti, viene messa in atto, questa volta tra cupola classica, simbolo della ragione, e le primitive figure mitologiche simboli dell’istinto. L’alto ed il basso, il sublime e la passionalità sono ripetutamente uniti da Tommasi Ferroni, a volte in uno scenario familiare, come nella ninfa e il satiro nello “Studio per Giove ed Io”, del 1998. la giovinezza trionfante con il leone dormiente in “Il Riposo di Bellerofonte” del 1998, la giovinezza eroica con la capra ed il serpente sconfitto in “Bellerofonte e la Chimere” del 1999. E a volte, con una certa moderna ironia, come in “Acqua Alta a San Marco”, del 1998, dove un lussuoso moderno yacht è messo in contrasto con la Chiesa Medioevale di San Marco a Venezia. Quindi l’attuale e l’eterno vengono uniti. Il contrasto dell’acqua blu-verde, la barca bianca e la chiesa tetra è stupefacente, così come lo è l’abilità di Tommasi Ferroni di tirar fuori le affinità di forme tra la chiesa e la barca.

Lo splendore della tecnica, l’atmosfera di calma meditativa, la complessità dell’unione degli opposti, suggerisce che è un errore pensare che Tommasi Ferroni sia semplicemente un artista letterariamente narrativo che lavora rivolto al passato. È più che questo. La sua meravigliosa maestria da pittore antico ci da una prospettiva unica sulle tensioni che sono le fondamentali forze in contrasto che caratterizzano la vita, gli danno il potere di dare oggettività al conflitto interno, senza essere sopraffatto. Infatti vera maestria significa maestria in assoluto.

In una recente serie di quadri tour de force, Tommasi Ferroni alza la tensione e la posta in gioco visiva. Il contrasto fra la fantasia orgiastica in primo piano ripresa dall’antichità, la riva veneziana nel “Trionfo di Galatea” del 1998, e tra i mostri demoniaci terrificantemente “naturali” e l’angelica architettura della chiesa in “Battaglia Aerea” del 1999, è quasi insopportabile, quasi straccia via la pittura. In modi diversi, “Nudo” e “Rovine Con Orientali” del 1998 e “Lo Studio per la Battaglia Siracusana” e “La Cacciata dei Demoni”, entrambi del 1999, appartengono alla stessa categoria del “utra-drama”. L’antagonismo tra gli opposti assoluti raggiunge un culmine febbrile; l’esito della battaglia tra gli opposti resta incerto, mentre di Tommasi Ferroni permette questi quadri così fantasiosi, quadri di un surrealismo spinto, un genere di teatro dell’assurdo portato all’estremo, che allargano il confine del credibile. La loro quintessenza è forse “Naufrago in un Ruscello” del 1998. Questo quadro sembra quasi più sottomesso di altre opere, meno ovviamente partecipante nella battaglia fra opposti, ma più coinvolto nel contrasto sorprendente tra il cielo sobrio e l’acqua luridamente luminosa, e con la sua abietta figura umana produce lo stesso effetto super-drammatico.

Queste opere sono la sua ultima “psychomachia”, la sua ultima parola sulla contraddizione di mondo che pervade la condizione umana, e che è l’origine della sofferenza. Il punto è che in esse la tecnica si eleva alle altezza sublimi dei Maestri Antichi, anche quando il suo linguaggio assimila la moderna idea della irriconciliabilità. Ma Tommasi Ferroni mostra che questo avviene sin dall’antichità ed è fondamentale alla società cristiana, dal momento che entrambi propongono la salvezza della riconciliazione attraverso il paradosso della sublime bellezza. Così i suoi quadri ci convincono sia della loro qualità estetica che della loro importanza di visionaria moralità.