DIPINTI
lavori 2017
presentazione di
Cesare Biasini Selvaggi
lavori 2016
lavori 2015
lavori 2014
lavori 2011/2013
lavori 2009/2010
lavori 2007/2008
presentazione di
Philippe Daverio

lavori 2005/2006
lavori 2004
lavori 2003
presentazione di
Francesco Basile
e Maria Censi
lavori 2001/2002
lavori 1999/2000
presentazione di
Donal Kuspit

lavori 1996/1999
presentazione di
Marcello Venturoli

lavori 1994/1995


 
Philippe Daverio

Poche parole sono intimamente più equivoche di quella inventata negli anni dell’Illuminismo per definire l’arte che allora non si amava più perché rappresentava la contorsione estetica degli anni della Controriforma, la passione per la linea curva in architettura, per le ombre, il movimento e la realtà sublime in pittura. La parola proveniva dalla scolastica medievale, la quale era allora altrettanto fuori moda. Era quella che serviva a definire la quarta figura della seconda forma del sillogismo, una forma dove la proposizione maggiore positiva “a” era seguita da una proposizione minore negativa “o” e da una terminale negativa “o”: il sillogismo chiamato “baroko”.

L’esempio è chiaro:
i gatti domestici hanno una bella pelliccia
esistono animali domestici che non hanno pelliccia
non tutti gli animali domestici sono gatti.

Queste elegante contorsione mentale era servita a definire anche la perla quando non era tonda, anzi quando era arrovellata su se stessa, quando era barocca.

L’idea moderna di barocco era nata in questo modo liquidatorio che affrontava nello stesso modo la cupola di Sant’Ivo alla Sapienza di Borromini, Apollo e Daphne del Bernini e i quadri di Caravaggio. Ma loro, i protagonisti di quella straordinaria stagione del Seicento, gli inventori d’un gusto che fu capace d’invadere tutta l’Europa cattolica, ed in alcuni casi anche quella antipapista, loro, di essere barocchi, non lo sapeva affatto. E’ difficile, anzi impossibile, assumere a posteriori una identità in base ad una categoria non ancora stabilità. Attenzione, anche gli uomini del Rinascimento non sapevano di farne parte di questo Rinascimento, poiché il termine fu coniato addirittura dopo quello del barocco nei salotti parigini della prima monarchia costituzionale del XIX secolo. Una Italia messa in scatola dalla Francia ad inconsapevole vendetta per il fatto che Leon Battista Alberti chiamò gotica una architettura che tre secoli prima di lui era stata la cifra dell’identità della monarchia capetingia a Parigi.

Il barocco non esiste come momento della storia ma solo come tappa della storiografia. Non vi possono essere pittori barocchi nei Seicento, ma oggi che la categoria esiste, invece sì. Giovanni Tommasi Ferroni è un pittore barocco, non neobarocco come potrebbe apparire ad un giudizio critico avventato e superficiale. Egli è un pittore barocco perché nato dalla categoria, come capitò ai pittori cubisti o impressionisti che tali diventarono appena ne fu inventato l’appellativo. Egli è doppiamente un pittore barocco perché è pure figlio di un pittore barocco, Riccardo, il quale a sua volta era figlio dello scultore Leone, ovviamente prebarocco. Perché se la categoria esisteva già ormai da oltre un secolo, la sua rilettura in chiave positiva avvenne solo con la geniale interpretazione che degli anni fondativi diede Roberto Longhi. La riscoperta positiva della pittura Caravaggesca e immediatamente al Caravaggio successiva fu evento forse fra i più importanti della critica durante il XX secolo. Non tanto perché faceva giustizia (la giustizia si sa è totalmente inutile al gusto degli uomini) ma perché apriva strade alternativa al formalismo estetico puro dei francesi, quello che gli Stati Uniti stavano per importare come fondamento della loro arte moderna. Si stava legittimando il diritto al patos al di fuori dalle tensioni materiche e coloristiche dell’espressionismo tedesco. Si esaltava la continuità d’un modo di guardare dove solo la pittura, e non la fotografia, forse ogni tanto solo il cinema, offriva il più effervescente dei laboratori. In questo senso uno dei primi epigoni di Longhi fu proprio quel de Chirico divenuto barocco che quando era invece stato metafisico lo stesso Longhi aveva definito come vittima d’un dio ortopedico. Era ad un tratto consentito di abbandonare l’à plat e di tornare alle velature, al disegno, alla preparazione delle tele, all’illusione della rappresentazione. Per la critica ben educata si trattò d’un intollerabile retromarcia verso tempi fortunatamente superati. Per i poeti fu una inattesa scoperta. Una risposta mediterranea al fenomeno in corso del surrealismo. Giovanni Tommasi Ferroni è figlio legittimo di quel cambio di rotta.

Il mondo che viviamo oggi è assolutamente straordinario. Grande il disordine sotto i cieli, quindi eccellente la situazione. Per la prima volta passato e presente si confondono in una unica contemporaneità, generata dal real time del sistema numerico che gestisce l’informazione. Sta mutando la tesi del progresso perenne come via salvifica dell’essere umano, l’idea che tutto sia in perenne fase di superamento. Siamo disposti a convivere con l’eterna bellezza della statua cicladica e capaci di considerare Zeitgenosse, “compagni del nostro tempo”, i muri affrescati di Oplonti e il canestro di frutta dell’ Ambrosiana. Lo stesso arredo in cui siamo destinati a vivere non è più necessariamente disegnato da una progettualità totalizzante e razionalista. Le tende a baldacchino hanno avuto la rivincita. E con loro torna naturale immaginare che possa convivere il centauro di sempre. Siamo sincretisti ed pronti a vedere con sorpresa incantata la Ferrari mentre convive con il drago della nostra immaginazione atavica. Questo è il gioco azzardato che rischia quotidianamente la pittura di Giovanni Tommasi Ferroni, il quale non è affatto un replicante di cose avvenute ma un pericoloso alchimista delle cose che stanno per succedere.

Philippe Daverio